a cura di Gennaro, Marlene, Giuseppe e Guglielmo Molino

Garuda e Rouhina
C’era una volta…
Lontano dal mondo che i nostri occhi riescono a vedere…
Al di la dell’orizzonte che ogni sera culla il sole con ninne nanne dorate…
Al di la delle stelle che ogni notte scopriamo più brillanti…
Al di la addirittura di noi stessi, là dove solo il cuore riesce a volare…
Insomma, c’era una volta un grande uccello dorato di nome Garuda. Le sue penne erano lamine d’oro sottile ed il suo becco puro diamante. Garuda volava portando con se le anime degli uomini quando sognavano; verso mondi lontani o fantastici castelli; verso spiagge assolate o monti altissimi dove quasi sembrava si potesse toccare il cielo.
Di giorno Garuda però si riposava fra le fronde del suo amico albero Rouhina. Rouhina era l’albero più grande che si fosse mai visto; aveva circa un milione di miliardi di anni ed il suo tronco nodoso era come una colonna per l’intero universo che, come un nido d’uccello, riposava sui suoi rami.
Così Garuda, dopo aver passato tutta la notte a vegliare sui sogni degli uomini, si posava lieve fra i rami del suo amico ed iniziava a pensare.
“Era bello pensare con Rouhina” si diceva fra se, “mai nulla da per scontato e ad ogni domanda risponde sempre con un’altra”.
Garuda sapeva che ogni essere vive delle proprie ipotesi; sapeva però anche che finché queste rimangono chiuse nella mente di ognuno non potranno mai costituire un passo lungo la conoscenza. Ecco perché Garuda amava così tanto il suo amico, perché con esso percorreva la lunga strada del sapere senza mai arrivare ad un vicolo cieco.
E lo stesso era per Rouhina. Garuda era forse l’unico a non porre mai alcun limite alle domande. “Ogni risposta è a sua volta una domanda”, dicevano insieme; “ecco la vera libertà!” gridavano.
Ma un giorno Garuda decise di rileggere qualche verso dei Veda. Egli conosceva ogni singola parola di ogni preghiera o testo sacro che nel mondo fosse mai stato scritto, però amava ancora a volte recitarlo, leggendo da quei libri che gli uomini avevano scritto con tanta fatica.
In essi è la storia di parte del pensare umano; in essi si nascondono i dialoghi segreti tra l’uomo ed i suoi dèi. In quei testi gli uomini cercavano le risposte finali ai loro quesiti. Mille ed ancora mille domande diverse; mille ed ancora mille dèi diversi in un continuo rincorrersi di creazioni. Era l’uomo a creare i suoi dèi? O erano questi ad aver creato l’uomo?
Garuda era come intenerito di fronte a questi libri, perché sapeva egli stesso, l’immenso uccello dorato Garuda, che neanche un dio come lui poteva trovare quella risposta.
“Chi è Ka?”si domanda Garuda, sprofondato tra le fronde dell’albero Rouhina, quando incontra questo nome alla fine di un inno dei Veda.
Rouhina sorpreso da quella domanda quasi si mette a ridere. “Ma come, non vorrai dirmi che non conosci Ka?!”
“Ricordi la storia di Prajapati?” continua l’albero, “Ka è il nome segreto di Prajapati, il Dio Progenitore, colui che ha dato origine ai trenta déi ed agli innumerevoli uomini!”
“Prajapati è nostro padre!”
Anche loro non potevano fuggire dal circolo delle domande.
“Presto gli dèi e gli uomini lo avrebbero trascurato, sino quasi a dimenticarlo” continuava Rouhina,
“fino a stupirsi addirittura di trovarlo nominato nei propri libri”.
“Scordarsi del proprio padre!”
“Va bene, ma cosa vuol dire Ka?” chiese ancora Garuda.
“Ka significa “Chi?”, ed è l’ultima domanda che si pone quando tutte le altre domande sono state poste”.
“Vuol dire che alla base di una serie di domande ce ne è ancora un’altra? E poi un’altra ancora?”
“Forse”
“Ma ciò vorrebbe dire che non troveremo mai una risposta!”
“Non è così brutto come sembra, è così che siamo vivi!”
“Ogni risposta è a sua volta una domanda”, dicevano insieme; “ecco la vera libertà!” gridavano a squarcia gola.
L’immenso uccello dorato Garuda ed il suo amico albero Rouhina.

Mario Cascone .

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