a cura di Gennaro, Marlene, Giuseppe e Guglielmo Molino

La goccia d’acqua che voleva conoscere il futuro
Nuvole leggere veleggiavano nel cielo. Una goccia d’acqua, minuscola, pensava al suo futuro.
Le avevano detto che un giorno sarebbe diventata grande, pesante, e sarebbe precipitata giù, sulla terra, o sul mare. Chissà che cosa le avrebbe riservato il futuro.
La goccia giudicava le sue compagne troppo superficiali. Ridevano, giocavano. Quando la brezza le trascinava si lasciavano sospingere senza un moto di ribellione. Passavano da una nuvola all’altra con leggerezza e abbandonavano le compagne danzando lievi sulle onde del vento.
Non pensavano al futuro, non si facevano domande, si limitavano ad esistere. Lei no, ci pensava. Era per questo che loro si davano occhiate di intesa quando passava e mormoravano sottovoce ridacchiando.
L’aria era tersa, senza foschie.
La goccia ne approfittava per osservare i contorni dei monti, la geografia dei fiumi, la grande distesa del mare. Quando sarebbe venuto il momento la nebbia avrebbe coperto tutto e non avrebbe visto più niente.
A mente aveva fatto un ripasso di quello che aveva imparato a scuola: la pressione, i venti, le trombe d’aria, la temperatura, i fulmini, la pioggia, la neve, la grandine.
Sapeva cosa le sarebbe capitato. Avrebbe potuto cadere sui monti e rotolare fino al mare o essere inghiottita dalla terra fino a incontrare i torrenti che scorrono nelle sue profondità. Oppure avrebbe potuto fermarsi subito, per dissetare un albero, un fiore. Avrebbe mantenuto il suo aspetto o si sarebbe trasformata in un chicco di ghiaccio, o in un fiocco di neve.
Però non le bastava conoscere il futuro così in generale. Lei voleva un po’ di precisione. Se possibile voleva sceglierlo il suo futuro e fare quello che poteva per realizzarlo.
Sì, avrebbe fatto così. Lei si sarebbe scelta il suo futuro.
Era andata che aveva comprato un paracadute, più precisamente un parapendio da poter governare nel vento, e aveva frequentato un corso per imparare a manovrarlo.
Si era esercitata a lungo e ora avrebbe saputo come fare quando fosse arrivato il momento.
Non sarebbe stata lì a farsi sballottare dove volevano gli altri. Avrebbe deciso lei dove andare, di qua o di là. Restava solo da scegliere dove. Certo, qualche incognita poteva accadere. Tutto non si può calcolare. Ma avrebbe fatto quello che era possibile fare. Non voleva avere rimpianti.
Dall’alto della sua nuvola leggera la goccia guardava in basso e qualche volta si stizziva. E’ inutile. Lassù non si riusciva proprio a stare fermi per osservare il panorama. Bastava una brezza leggera per spostarsi appena e il Nord e il Sud e l’Ovest e l’Est si cambiavano il posto. Era così magra e leggera! Ma quando fosse ingrassata un po’ e avesse indossato il parapendio sarebbe stato diverso. Avrebbe sfidato i venti più potenti e quelli più furbi, quelli che ingannano la quiete e le dicono “Prego, oggi tocca a lei” e poi prendono la rincorsa e corrono che sembrano dover vincere una gara.
Lei intanto si sarebbe portata sempre appresso il parapendio anche se, magra com’era, era fatica trascinarsi dietro quell’enorme vela giallo-rosso-arancio.
Dunque, ora doveva scegliere dove andare.
Da lassù vedeva una lunga striscia di monti e a scuola le avevano insegnato che per le gocce è molto importante prestare attenzione ai monti perchè le nuvole ci vanno a sbattere contro quando viaggiano basse.
La striscia sembrava un nastro raggrinzito e piegato a metà nel senso del lungo, con la piega verso l’alto a formare le cime.
Metà nastro si appoggiava dolcemente alla terra e questa era piatta, larga, attraversata da fiumi che dall’alto sembravano pigri.
L’altra metà si infilava a picco nel mare.
La goccia avrebbe voluto finire da questa parte, a picco sul mare.Vuoi mettere che emozione? Rotolare sui fianchi scoscesi dei monti come fossero un immenso toboga, enormemente più grande di quello che aveva visto alla televisione in un parco acquatico. E finire nel mare azzurro dove le onde si frangono sugli scogli. E diventare salata. Nuotare in acque limpide, accarezzata dal cullare delle onde.
Sì’, quello era il futuro che desiderava. Era il suo futuro.
Avrebbe solo dovuto ricordarsi di togliere il parapendio appena toccato terra.
Un giorno aveva cominciato a ingrassare.
La sua nuvola viaggiava veloce poco sopra la cima dei monti e folate di nebbia salivano dalla terra e si fermavano accanto a lei.
La nuvola era diventata grande e scura e la sua parte più bassa si scontrava già con le cime.
I lampi illuminavano per pochi istanti il cielo e tuoni terrificanti squarciavano l’aria.
Tutto era successo così all’improvviso.
Con gesti decisi la goccia aveva indossato il parapendio e l’aveva fissato col moschettone. La bussola sulla cintura sembrava impazzita perché lei ruotava come quando bambina giocava a girotondo.
La goccia aveva cercato di mantenere la calma e azionava i cavi del parapendio con forza e precisione.
Meno male che aveva la bussola! Come avrebbe fatto a distinguere il Nord e il Sud e l’Ovest e l’Est? Sotto di lei non si vedeva niente. Buio. Come la notte più fonda. Eppure il suo orologio segnava le dieci del mattino.
Impegnata com’era la goccia non si era accorta che tante compagne che nella nuvola abitavano i piani più alti erano già scese.
Le erano passate a fianco, precipitando veloci verso la terra.
Oh, ce n’erano ancora e continuavano a passarle accanto, ma loro correvano e lei era ferma. O così le pareva.
Sopra di lei la nuvola diventava più chiara, sempre più chiara.
I lampi non illuminavano più il cielo e i tuoni tacevano.
La nuvola si era sfilacciata e ora filtrava il sole. La goccia sudava.
Presto, presto, aveva pensato, devo sganciare il moschettone.
Aveva cercato di aprirlo. Ma le dita sudate scivolavano e il moschettone rimaneva ermeticamente chiuso.
La goccia sudava, dimagriva e perdeva le forze. Ora le era preso il panico. Tremava.
Le sue mani armeggiavano frenetiche sul moschettone. Non aveva altro pensiero che questo: liberarsi del parapendio.
Un pianto convulso la scuoteva fino a che la disperazione le aveva regalato un po’ di forza, abbastanza per far scattare l’apertura del moschettone.
La goccia si era sfilata l’imbragatura e ora scendeva, mentre il parapendio restava lassù, in balia del vento. E mentre scendeva le era tornata la speranza di salvare il suo futuro.
Ma l’aria scaldata dal sole le scottava la pelle e intanto dimagriva, dimagriva. Fino a che, come un cerino quando s’infiamma sparisce, si era dissolta in vapore.
Ora era tanto leggera che risaliva, sospinta dalla brezza, fino a tornare in alto in alto, in una nuvola leggera e trasparente che veleggiava nel cielo.
E il futuro? Il suo futuro? Il futuro, chissà.


Franca Caluzzi

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